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Intervista a Roberto Di Vito – prima parte

Scritto da on martedì, 11 gennaio 2011No Comment

Abbiamo scelto di incontrare Roberto Di Vito, film-maker indipendente che dopo una gavetta lunga, varia ed interessante è ora approdato al suo primo lungometraggio, perché in questo film, “Bianco”, abbiamo scorto idee di cinema valide e anche molto personali. Senza contare che, a fianco di una ricerca sulle immagini per niente banale, vi è un approccio narrativo capace di individuare problematiche decisamente attuali: difatti, il protagonista è un giovane che viene rapito per sbaglio da due balordi, in un quartiere di Roma, dopo esser stato scambiato per il rampollo di un ricco imprenditore. La sua detenzione in un caseggiato dismesso sulle cui pareti domina ossessivamente il bianco, oltre a proporre situazioni kafkiane, è il pretesto per riflettere sulla vita di un giovane come tanti, nel cui passato emergono (anche attraverso i flashback) svariati motivi di disagio. Disagio, sia riguardo alle incertezze lavorative che sul piano delle scelte sentimentali, strettamente intrecciate con un forte spaesamento interiore ed un latente desiderio di fuga. Pur con alcuni tratti ancora acerbi, legati peraltro ai costi bassissimi con cui è stato realizzato il film, “Bianco” è un’opera che ha la sua impronta, anche forte, sia a livello di contenuti che di intuizioni poetiche; per ora sta circuitando a livello “underground”, con una serie di proiezioni private e anteprime informali organizzate nella capitale, tra cui quella che ci ha permesso di fare tale scoperta. Ma ci auguriamo che il film venga notato presto nell’ambito dei festival e, magari, della distribuzione in sala. Di questo e di altro abbiamo parlato direttamente con l’autore, Roberto Di Vito.

-Nel tuo percorso di film-maker questo lungometraggio d’esordio, “Bianco”, viene dopo diversi cortometraggi e backstage. Puoi parlarci di questi lavori?

Fin da piccolo ho avuto passione per i film e il linguaggio delle immagini. Andavo al cinema anche da solo dall’età di 15 anni, leggendo spesso le recensioni sui giornali. A 16 anni ho realizzato i miei primi cortometraggi di finzione nel mitico e ormai desueto e superato formato “Super 8”. Poi parallelamente agli studi universitari giravo sempre qualche cortometraggio coinvolgendo alcuni amici come attori, spaziando tra i generi più diversi. Cominciai a partecipare a qualche festival avendo sempre buone critiche e buoni riscontri che mi incoraggiavano a continuare. Il tempo però scorreva e scorre veloce… di conseguenza mi confrontavo con l’esigenza di realizzare qualcosa di più professionale. Intanto iniziai le prime esperienze come assistente volontario alla regia… ho avuto l’onore di conoscere e lavorare prima con Nanni Moretti e poi con Dario Argento. Due registi, “nuovi e atipici” nel panorama cinematografico italiano dell’epoca, che ammiravo e i cui film, per ragioni diverse, mi hanno molto colpito e coinvolto emotivamente. Senza dilungarmi in dettagli, successivamente ho girato molti cortometraggi, documentari e backstage, (realizzati in quasi tutti i formati: video, 16mm 35mm ecc.), che hanno ottenuto premi: Montecatini, Bologna, Salerno, Huesca, premio del pubblico a Capalbio. Ed ho partecipato a molti festival tra cui: Locarno, Montpelliers, Venezia, Brusseles, eccetera, fino ad arrivare a vincere il Globo d’oro nel ‘98 con un mediometraggio in 35mm, “Ai confini della città”. Oltre ai corti, ho realizzato documentari sul volontariato per Pupi Avati di cui ho curato anche la produzione esecutiva, ed ho girato e montato il backstage sul set degli spot che Federico Fellini girò nel 92 per la Banca di Roma. (questo Backstage andato in onda sia in Rai che a Mediaset)

– Da dove nasce l’idea di “Bianco”?

Bianco nasce da varie esigenze. creative, produttive ed esistenziali. La prima è che mi sentivo pronto da tempo per realizzare il mio primo lungometraggio, o meglio mi accorgevo che gli anni passavano constatando purtroppo che attraverso i finanziamenti e i produttori che conoscevo non si concretizzava niente, anzi, il lavoro diminuiva anche se avevo vinto premi con i miei lavori e avevo un bel curriculum. Una volta preso coscienza che le difficoltà con l’età aumentavano e non diminuivano ho cominciato a pensare storie che potessero essere gestite e prodotte con pochissimi soldi. Cioè, cominciai a pensare di organizzarmi da solo, come se l’industria cinematografica italiana non esistesse. Quindi sono entrato nell’ordine di idee di auto-produrmi una storia interessante, con pochi attori, pochi dialoghi e con pochi ambienti. Cioè realizzare un lungometraggio come avevo realizzati alcuni corti. Quindi la prima sfida è stata quella produttiva. Dal punto di vista narrativo e creativo “Bianco” parla di un sequestro di persona, il titolo è anche una citazione, riferita a un mio corto brevissimo di 2 minuti su un ragazzo che non riesce ad alzarsi dal letto.Il titolo si riferisce metaforicamente ad una situazione di attesa irrisolta. Il colore bianco in questo caso mi evoca un “non luogo”, un limbo dove si aspetta una soluzione che non si sa se arriverà. Bianco è il colore che il protagonista vede quando si sveglia dal suo torpore (e con lui lo spettatore), gli sembra di stare come in “mezzo all’ovatta”. Il film inizia con delle semplici e “squallide”mattonelle bianche dove il protagonista proietta i suoi sogni di libertà , di serenità e di evasione da paure e frustrazioni. Bianco è anche il colore della purezza.

(Continua)

Di Stefano Coccia

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