Moda

Design, sfilate, tendenze e shopping per tutti gli amanti della moda.

Musica

La sezione per la musica italiana e internazionale. News, nuovi album, concerti, interviste e approfondimenti

Società

Uno spazio dedicato agli approfondimenti e alle notizie di attualità.

Web e Tecnologie

Social network, web, tecnologie e cybertendenze per tutti gli appassionati della rete.

Home » Cinema

Intervista a Roberto Di Vito – seconda parte

Scritto da on martedì, 11 gennaio 2011No Comment

Prosegue così la nostra conversazione con Roberto Di Vito, film-maker che dopo diversi cortometraggi e altri lavori si è auto-prodotto un film decisamente più impegnativo, “Bianco”, la cui visione ci ha lasciato molteplici spunti di riflessione. Ed è per questo che con le ultime domande abbiamo voluto sondare una serie di terreni, che vanno dalla produzione stessa del lungometraggio fino alle scelte riguardanti gli attori, le riprese, l’abbinamento di una colonna sonora in cui il ricorso alle tastiere e al sintetizzatore crea un particolare straniamento, aumentando il carico ansiogeno di certe sequenze, sospese a volte tra sogno e realtà.

Come si è sviluppata la produzione del tuo lungometraggio, che ci risulta essere del tutto indipendente? E quanto è venuto a costare?

Nei cortometraggi una capacità che ho affinato è stata quella di ottimizzare i pochi mezzi disponibili a fini creativi trasformando i limiti in spunti funzionali alla storia. Cioè, se non si possono ottenere dei mezzi e delle location, si cambia la storia fino a trovare stratagemmi e nuove soluzione artistiche che siano efficaci e in linea con il senso che vuoi dare al film. Il costo è stato di 10 mila euro. E’ stato girato in 2 settimane, senza permessi e senza una produzione, con una bella troupe che si è impegnata perché credeva nel progetto e voleva fare esperienza di un film. Praticamente mi sono buttato in questa avventura senza rete, è stato un film “clandestino” oppure si può definire un film no-budget.

In “Bianco” ci sono alcune sequenze di taglio onirico, sperimentale, che sembrano andare addirittura in direzione della videoarte. Cosa pensi a riguardo?

Penso che tu abbia ragione. Ma lo considero un complimento. Per certi versi il mio tentativo è stato cercare di arrivare ad un incrocio fra un film “sperimentale, di ricerca visiva” e un film di fiction tradizionale. Già alcuni miei corti precedenti si avvicinano molto alla video-arte, ma con un lungometraggio è più difficile. Mi piace esplorare una ricerca visiva svincolata da una trama e da schemi narrativi che spesso sono logorati e restrittivi. “Righe”, un mio corto di circa 6 minuti, ha partecipato anche al festival del cinema astratto a Roma. Mi piacerebbe arrivare a realizzare una video arte emotiva e comunicativa, non fredda e glaciale come spesso si vede nelle gallerie d’arte.

Come hai trovato gli attori del tuo film?

Non è stato facile. Senza rivolgermi alle agenzie, dovevo trovare dei tipi la cui fisicità aderisse bene ai personaggi del film per renderli credibili. Ho fatto dei provini, anche se non molti. Il problema economico condizionava, anche in questo caso, non poco la scelta degli attori. Mi ha aiutato anche internet perché ho messo on-line un annuncio e mi sono arrivate molte risposte via e-mail. Il protagonista, Igor Mattei, aveva interpretato un mio cortometraggio precedente, “L’Angelo”, quindi lo conoscevo bene. Uno dei due cattivi, Giovanni, lo conoscevo di vista, perché abita nel mio quartiere e aveva fatto la parte di un fascista in “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti. L’altro, Massimiliano, aveva interpretato un piccolo ruolo in un mio corto di tanti anni prima: “Il Parco”. Poi l’avevo perso di vista, ha risposto al mio annuncio ed è venuto a fare i provini. Li ho trovati credibili nel ruolo dei rapitori. La cosa curiosa è che si conoscevano bene e non lo sapevo, l’abbiamo scoperto dopo. Volevo anche dire che la sceneggiatura non aiuta l’interpretazione sopratutto del protagonista, essendo poco “drammaturgica” e con pochi dialoghi. Il protagonista è uno che subisce e non agisce.Anche il poco tempo per le riprese permetteva pochi ciak e non permetteva improvvisazioni. Insomma dovevo ottimizzare anche gli sbagli.

Sia nella scelta finale del protagonista che nei flashback a lui relativi proponi situazioni che rivelano un sottofondo di amarezza, di pessimismo generazionale, per quanto espressi con toni talvolta poetici e dando l’impressione, almeno nelle immagini finali, che si possa ancora sognare una via di fuga. Come ti rapporti alle suggestioni emotive che il tuo film evoca?

Il film ha un tono di amarezza e malinconia a volte quasi grottesca. Spero sorprenda la soluzione “poetica” che intraprende coscientemente il protagonista nel finale. Non ho l’ambizione di aver fatto un film politico, ma sicuramente esistenziale e onirico. Sto scoprendo che la trama di “Bianco” molto intimista e personale forse rispecchia in qualche modo questo momento storico di crisi economica, di recessione, di mancanza di entusiasmi e di ideali. Poco tempo fa vidi in un edicola un titolo di un giornale con scritto in grande:“ I Silenziati,” sopra la foto di cassa-integrati coperti da maschere neutre bianche come quelle che ho fatto mettere ai rapitori del mio film. Allora per un attimo ho pensato che la storia di “Bianco” potesse essere emblematica di una condizione esistenziale e di un momento storico sociale.

– Sembri dare una notevole importanza al montaggio, al sonoro e in particolare alle musiche, di cui sei anche autore. Come hai lavorato sulla colonna sonora?

E’ vero, mi piace dare importanza alla “messa in scena” agli aspetti “formali” dalla fotografia, al montaggio e alla musica. Perché penso che in alcuni casi la forma può essere contenuto ed elevarsi a sostanza. Anche se, in effetti, il cinema si è affermato negli anni come mezzo per raccontare storie molto tradizionali, simili al romanzo d’appendice ottocentesco. Quindi penso che nel cinema “cosa si racconta” quasi sempre è più importante di “come lo si racconta”. Una inaspettata sorpresa è stata proprio quella di scoprire che la fase più importante del cinema forse è proprio quella letteraria della scrittura della sceneggiatura. Per me invece scrivere è difficile e per questo sto sempre cercando persone con cui collaborare. Invece ho un piacere quasi fisico a riprendere, fotografare, montare e suonare. Riguardo alle musiche posso dire che è un mezzo che mi affascina molto, forse più del cinema.Mi piacerebbe fare un film solo con musiche e senza dialoghi. Per realizzare le musica del film ho utilizzato le tastiere e i sintetizzatori di alcuni amici. Anche qui l’aspetto economico ha condizionato quello creativo sia sugli arrangiamenti che sul tempo delle prove. Dovevo essere, come in tutto il film, molto veloce, pratico e con le idee chiare. Penso di essere riuscito a realizzare un film originale e personale, senza soldi e senza produzione, ma spero anche che “Bianco” mi aiuti a trovare qualche forma di finanziamento per i prossimi progetti.

Di Stefano Coccia

Leave your response!

Add your comment below, or trackback from your own site. You can also subscribe to these comments via RSS.

Be nice. Keep it clean. Stay on topic. No spam.

You can use these tags:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

This is a Gravatar-enabled weblog. To get your own globally-recognized-avatar, please register at Gravatar.

Warning: exec(): Cannot execute a blank command in /web/htdocs/www.eurtorrinolive.it/home/wp-content/themes/arthemia-premium/footer.php on line 1