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L’Homo Orcus alla conquista di Genova

Scritto da on martedì, 29 marzo 2011No Comment

Homo orcus, leggenda o realtà? Dopo la serata inaugurale di mercoledì 23 marzo, con l’anteprima dell’attesissimo Non lasciarmi (Never let me go) di Mark Romanek, la sesta edizione di X_Science (innovativa manifestazione culturale creata a Genova, sul rapporto tra fantascienza cinematografica e studi scientifici) è entrata ancor più nel vivo, giovedì pomeriggio, con una scoperta formidabile: quella dell’Homo Orcus, il famigerato ominide che da millenni vivrebbe nelle foreste di mezza Europa, celandosi prudentemente allo sguardo della razza umana. Le parole usate nel catalogo di X_Science rendono decisamente meglio l’entità della scoperta: “Fine 2008, nella foresta d’Iraty, nei Paesi Baschi, dei cacciatori recuperano uno strano pezzo di carne. L’analisi del DNA rivela l’esistenza di una specie di ominide fino ad allora sconosciuta. Qualche anno prima due ricercatori tedeschi, i professori Delson e Flickestein, dell’Università di Heidelberg, avevano scoperto una mandibola appartenente alla stessa specie. Il film ragiona su questi avvenimenti rimasti fino ad oggi quasi sconosciuti, partendo in particolare dallo straordinario lavoro di ricostruzione realizzato dai due ricercatori”.

Nel corso del film realizzato da Patrick Glotin e Eric Audinet, intitolato per l’appunto Homo Orcus, si assiste a dibattiti e dichiarazioni che coinvolgono studiosi della preistoria, genetisti, archeologi, linguisti, filosofi di tendenza ed ovviamente un criptozoologo, ovvero un rappresentante di quei controversi studi che chiamano in causa specie animali di cui si suppone soltanto l’esistenza (sicché lo Yeti e il mostro di Loch Ness, volendo, si potrebbero apparentare a tale categoria). Di fronte a materiali d’archivio, grafici, interviste a sedicenti testimoni delle rarissime apparizioni tra i quali diversi bambini (e c’è pure qualche esperto che, rifacendosi al folklore europeo, tirerà in ballo il mito dell’Orco divoratore d’infanti), si arriverà a ipotizzare che l’Homo Orcus sia una specie residuale che in epoche passate ha convissuto nella zona euroasiatica con l’Homo Sapiens (cioè… noi) e con il Neanderthal, senza estinguersi come quest’ultimo, ma ritirandosi in una nicchia zoologica appartata,  protetta almeno in parte dal carattere impervio dei luoghi. A questo punto una domanda si impone ai lettori: siete disposti a credere, come abbiamo fatto noi per due terzi del film, che negli angoli più remoti delle selve europee sopravviva un ominide simile all’Orco delle favole, predatore poco evoluto, anzi, decisamente impacciato,  ed orientato quindi a fuggire sguardi indiscreti? E sareste magari capaci di indignarvi, come è capitato ancora una volta a noi, nell’apprendere che il reazionario governo francese avrebbe cercato di coprire la notizia organizzando battute di caccia, così da sopprimere gli ultimi rappresentanti dell’antica specie e prevenire quindi il panico tra la popolazione? In tal caso, sappiatelo, vi siete messi in un vicolo cieco…

Difatti, è giunta l’ora di svelare l’arcano: dell’Homo Orcus non vi è alcuna traccia reale. L’ideatore dello stralunato ma estremamente arguto progetto cinematografico, Patrick Glotin, ha una solida esperienza in campo documentaristico, e l’ha messa tutta quanta al servizio di una riuscita burla mediatica (svelata peraltro solo nelle scene finali), in cui l’approccio tipico del documentario e contenuti degni di una fiction fantascientifica si fondono alla perfezione. Si tratta, insomma, del cosiddetto mockumentary, di un falso documentario montato in maniera tale da proporre come verosimili eventi mai accaduti, tesi senza alcun riscontro; unendo magari una certa dose di divertimento al gusto del paradosso e della provocazione.  Per noi che amiamo molto questo tipo di ginnastica mentale, compiuta attraverso lo strumento cinematografico ed atta a ridiscutere la posizione dello spettatore, nonchè la possibilità di manipolarne le percezioni, l’originale simulazione offerta da Homo Orcus ci è parsa assai gustosa. Con l’unico rimpianto, semmai, che ci si stava ormai abituando all’idea di avvistare, un giorno, la claudicante e singolare creatura in qualche fratta ombrosa del Vecchio Continente.

A cura di Stefano Coccia

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