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Una cella in due, ovvero un’evasione di qualità scadente

Scritto da on martedì, 15 marzo 2011No Comment

Battere il ferro finchè è caldo. Sembra questa la motivazione più forte per film come Una cella in due. Sostanzialmente, preso un regista di mestiere ma non di nome, ovvero Nicola Barnaba che ha all’attivo diverse fiction ma che mai si era cimentato nel cinema, l’investimento è stato sugli attori. Appunto il film punta tutto su due attori comici del momento: Enzo Salvi e Maurizio Battista. In un’epoca in cui la fama sparisce presto bisogna dare atto a personaggi come Enzo Salvi, il quale resiste da più di un decennio grazie a cinepattoni e commedie di rapido consumo e più o meno sempre con le stesse macchiette. Dentro un’industria che mai come negli ultimi tempi produce prodotti tutti in serie, in cui la qualità ovviamente passa in secondo piano, sembra che Salvi abbia voluto tentare stavolta proprio il salto di qualità. Si è infatti preso carico della sceneggiatura di Una cella in due, dichiarando anche di voler privilegiare la storia, la costruzione narrativa rispetto all’accumulo di gag. A conti fatti la cosa non è riuscita granchè. Non vorremmo essere smentiti dal botteghino ma crediamo che Una cella in due non abbia davvero appeal per resistere in sala a lungo. Pressappoco la trama vede i due protagonisti conoscersi in carcere, prima diffidenti poi amici per la pelle nonostante la differenza di capitale tra i due (uno avvocato, truffaldino e milionario, l’altro disoccupato e sfrattato), finchè l’amicizia ridarà loro la fiducia in se stessi e nel futuro che avevano perduto. Ma ogni evento si succede in modo scontato, col  melenso delle storie d’amore a lietissimo fine a infarcire il tutto, e la noia che abbonda in tale modo che i novanta minuti di durata sembrano almeno il doppio. Tutto ciò non sarebbe poi un così grave problema se venisse rispettata la prima regola delle commedie, ovvero far ridere. Ogni gag  si intuisce mezz’ora prima che inizi e purtroppo però finisce mezz’ora più tardi, senza contare una sequenza lunghissima dove i due, non proprio due fisici statuari,  evadono in mutande dal carcere e vanno in giro così per almeno venti-trenta minuti. Paradossalmente chi funziona meno è proprio il veterano, ovvero Salvi, a cui si preferisce la maggior naturalezza di Maurizio Battista, ma in generale il film va meglio  proprio quando i due cedono il passo a Ceccherini, sacrificato in una parte muta e marginale, oppure al “romano de core” Massimo Marino che da “Viviroma” e programmi notturni mantiene il suo personaggio laido e provocatorio, purtroppo però presente solo pochi minuti nel film. Per il resto, siamo alle solite: qualche velina piazzata qua e là, tette e culi bene in vista che cercano di tappare le falle di un film che praticamente fa acqua da ogni parte. L’unica nota interessante è stata la polemica sulla presenza di Sara Tommasi, tolta e poi riamessa nella lista di locandina, osteggiata per aver parlato male pubblicamente del nostro Presidente del Consiglio. Davvero un’ulteriore motivo di depressione guardando al nostro cinema, con commedie insulse che in nessun modo, nemmeno accidentalmente, cercano di turbare i potenti di turno (altrimenti niente soldi). Non pensiamo però che le masse siano così rintontite da dare tanto credito a Una cella in due (di molto inferiore ad esempio allo standard vanziniano), sperando che prenda la giusta scoppola al botteghino. Nemmeno il pubblico romano può gioire molto visto che i decantati Taddei, Rosi, Foggia e Rocchi stanno in scena per pochi minuti essendo le star di una breve partitella carceraria. Se a conti fatti un biglietto allo stadio costa da quindici euro in su e il cinema otto euro, forse conviene vederli in azione all’Olimpico.

A cura di Valerio Ceddia

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