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La guerra dell’acqua

Scritto da on martedì, 20 Aprile 2010No Comment

Circa 15 anni fa il vicepresidente della Banca Mindiale, Ismail Serageldin, affermò che le guerre del futuro si sarebbero combattute per l’acqua. Già allora la sua affermazione risuonò forte nelle coscienze di molti. Oggi a dare man forte a quella dichiarazione interviene un rapporto del Engineering and Physical Sciences Research Council inglese. Fra circa 20 anni la popolazione mondiale potrebbe arrivare ad otto miliardi di persone, producendo un aumento netto dei consumi, che unito al progressivo esaurimento delle risorse idriche dipinge un quadro allrmante. Il capo del team di scienziati che ha realizzato il documento ha parlato dell’avvento de “ La Tempesta perfetta”, bufera che spazzerà via il benessere dei paesi più industrializzati, visto che molti fra questi si trovano attualmente in una condizione di dipendenza netta da altri Stati. Se la popolazione dovesse arrivare ad otto miliardi di persone ci sarebbe un aumento della domanda di cibo ed energia pari al 50%, ed un successivo aumento della domanda di acqua pari al 30%. Il legame fra consumo energetico e acqua è dovuto alla “ Virtual Water”, ossia l’acqua impiegata nella produzione di beni di consumo, di tutti i generi, non solo quelli alimentari. Per portare degli esempi concreti la produzione di una tazzina di caffé genera un consumo di circa 140 litri d’acqua, considerando la coltivazione, la lavorazione, il confezionamento, ed il trasporto; un maglia di cotone costa 2000 litri, un chilo di carne 15 mila litri. L’aver preconizzato l’avvento di questa crisi dovrebbe indurre gli Stati a prendere prontamente delle misure di tamponamento contro un futuro inquitante. La Gran Bretagna importa i 2 terzi dell’acqua necessaria per il processo produttivo, l’Italia guadagna un secondo posto, dietro al Giappone, e davanti all’isola britannica, alla Germania e alla Corea del Sud. L’acqua importata nella maggioranza dei casi viene prelevata da Paesi in Via di Sviluppo con scarse risorse idriche, come nel caso anglosassone che importa semi e fiori dal Kenia, immettendo valuta sul territorio ma contribuendo ad accelleare l’esaurimento delle loro già scarse fonti idriche. Gli Stati dovrebbero riconsiderare il livello dei loro consumi, puntando ad incidere in misura minore sugli altri Paesi, e spingere i terriori con risorse minime al risparmio.

Fonte peace reporter

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